Alcuni “carboidrati ” arricchiscono il Microbiota Intestinale

 

I benefici delle fibre alimentari sono stati a lungo sottovalutati e incompresi nelle classiche diete che si basano sulla favoletta delle chilocalorie.

Assunzioni elevate di alcuni tipi di fibre alimentari sono connesse alla:

  • Riduzione dell’incidenza di malattie cardiovascolari e cura dell’ipertensione;
  • Riduzione del peso corporeo;
  • Riduzione e risoluzione della stitichezza;
  • Prevenzione primaria o secondaria di diverticoli o emorroidi
  • E altre ancora

Ma quali fibre esattamente?

Quelle fibre che consideriamo a “caloria zero”, fibre che non siamo capaci di assorbire . Sono i polisaccaridi (zuccheri non digeribili) e gli oligosaccaridi.
Questa famiglia “emulsiona” zuccheri e grassi e ne riduce “meccanimente” l’assorbimento.
Questa famiglia di sostanze non digeribili, è capace allo stesso tempo di stimolare la crescita e/o l’attività delle “famiglie di batteri buoni” presenti nel colon. E per tale motivo vengono chiamate prebiotici.

In pratica, mangiandole, aiuti e ti prendi cura del tuo microbiota, così poi il tuo microbiota si prende cura di te. Interessante no?

Quali sono complessivamente gli effetti positivi?

  • INIBIRE la progressione del CANCRO INTESTINALE ed Esofageo
  • influenzare l’assorbimento dei minerali
  • effetti sul metabolismo dei grassi
  • regolazione del sistema immunitario
  • stimolare la sintesi di alcune vitamine – ad es Vitamina B
  • RIDURRE il COLESTEROLO

Dove troviamo queste fibre? E come inserirle nell’alimentazione per averne benefici?

  1. In tutti i tipi di lattuga (se sei allergica al nichel scegli quella con meno “costa” possibile, come lattughino, rucola eccetera)
  2. Nel cacao extrafondente (almeno 40 gr al giorno, dal 72% a salire)
  3. In patate, pasta e riso, cucinati e raffreddati da almeno un giorno (in estate ottime per le insalate fredde)
  4. Nel pane raffermo
  5. Nella cicoria (anche caffè di cicoria, o come inulina da aggiungere ad acqua e cibi)
  6. Nelle banane verdi (cioé non troppo mature)

Perché “amidacei” raffreddati?

Per la presenza di “amido resistente“, così chiamato perché resiste alla digestione.

Cucinando un certo cibo amidaceo (pseudocereali, cereali, riso, patate) toglilo dal fuoco “al dente”, lavalo sotto l’acqua (toglie amido in eccesso), poi raffreddalo per almeno un giorno e “ricotto” (ovvero la cottura viene ripetuta o completata).
Terminato il processo di raffreddamento, riscaldare il cibo.
Ricuocerlo o anche “ripassarlo” rende l’amido ancora più resistente per poterlo veicolare meglio nel colon.

Amido e carboidrati raffinati sono di solito privi di fibre, alimentano quindi, solo la parte numericamente più piccola di batteri del microbiota intestinale e possono facilitare SIBO (sovracrescita batterica del piccolo intestino) o SIFO lasciando “a digiuno” i batteri buoni del colon, ghiotti di fibre insolubili, cioè fibre e zuccheri che non possiamo digerire.

Facendo mangiare bene i batteri del colon, si rende acido l’ambiente intestinale e si rende difficile la crescita dei batteri cattivi, quelli che influiscono sul tono dell’umore rendendoci  tristi.

Se posso permettermi di consigliarti:

  1. Quando ti siedi a tavola, ricorda che non mangi da sola/o, non ci sei solo tu ma trilioni di batteri che “pendono” letteralmente dalle tue labbra
  2. Se proprio non riesci ad eliminare la farina di grano, allenati a sostituirla gradualmente e definitivamente con pseudocereali integrali
  3. Re-Impara a cucinare in funzione dell’amido-resistenza e rispettosa delle tue “fragilità individuali” (allergia al nichel solfato, allergie al cibo, ipersensibilità a certi cibi, sensibilità al glutine, diabete eccetera)

Perché la tua salute vale!

Il dolce… Veleno.

I bambini amano il gusto dolce…

E la Gran Bretagna si è posta l’obbiettivo di dimezzare entro il 2030 il tasso di obesità infantile e punta il dito contro i “produttori di merendine”. Il rapporto di Public Health England, analizzati oltre 1.100 alimenti per bambini da uno a tre anni, conclude che in molti casi lo zucchero (di varia provenienza) nei prodotti alimentari confezionati, rappresenta due terzi del peso (per esempio in alcuni prodotti alla frutta vi sono 67 grammi di zucchero su 100 di prodotto).

Le etichette?

Non permettono quasi mai di comprendere la verità, la pubblicità è sempre presente (anche se teoricamente dovrebbe essere molto limitata).

L’allarme è giustificato anche dalla crescita del mercato degli snack e delle merende (+11% tra il 2017 e il 2018), che sta attraendo sempre più spesso bambini molto piccoli.

Condanna ferma, quindi, ai cibi consigliati dai quattro mesi di età in su, perché prima dei sei mesi compiuti bisognerebbe limitarsi all’allattamento al seno o – alla peggio – al latte artificiale quando il primo non sia possibile, senza dare zuccheri aggiunti. Fino ai due-tre anni.

Piuttosto, sarebbero sempre da preferire la frutta fresca o il latte o i suoi derivati (non zuccherati).

E in italia? Zero assoluto, mentre il nostro SSN muore e alcuni (Savona, presidente Consob) dichiarano come necessario, che chi può, deve pagarsi sanità e salute.

È evidente che non è così che si pongono le basi per un’infanzia sana, e ora molti specialisti sembrano chiedere misure più drastiche di quelle attuate finora. Prima che sia troppo tardi e un’intera generazione cresca irrimediabilmente in sovrappeso, con molte carie da curare e con uno stato di salute già compromesso.

Per questo, ho tre consigli da darti:

  1. mai zucchero prima dei 2-3 anni di età (meglio mai)
  2. frutta fresca piuttosto che succhi di frutta
  3. impara a farti le merendine a casa e diffida della pubblicità e delle etichette nutrizionali. 

Perché la tua salute vale!

Fonti:

Alimenti per bambini: troppi zuccheri. I pediatri chiedono un intervento radicale al governo

https://www.finanzaonline.com/notizie/savona-non-possiamo-dare-sanita-gratis-a-persone-in-grado-di-procurarsela-con-reddito

La dieta fa regredire la Tiroidite di Hashimoto in appena 3 settimane? E quali altre malattie autoimmuni?

La Tiroidite è un processo infiammatorio dove il sistema immunitario – malamente stuzzicato da antigeni alimentari – combatte contro una parte di noi, naturalmente presente nelle cellule della tiroide, che il sistema immunitario dovrebbe invece riconoscere e “tollerare”.

Quando questa “tolleranza” manca, il nostro sistema immunitario attacca i nostri organi. Quindi basterebbe togliere quegli alimenti dalla dieta per togliere la causa della produzione di anticorpi anti-tiroidei?

Leggiamo quanto scoperto dai colleghi dell’università di Napoli.

Hanno selezionato 180 pazienti con alto BMI (obesi o francamente sovrappeso) che presentavano Tiroidite e alti livelli di anticorpi diretti contro la tiroide: anti-tireoglobulina (anti-tg), anti-microsomiali e antiperossidasi (anti-tpo).

Li hanno quindi divisi in due gruppi.

  1. 108 di loro hanno iniziato un programma di dieta basato sulle seguenti proporzioni: Carboidrati 12% – 15%, Proteine 50% -60% e Lipidi 25% -30%.
    I pazienti sono stati istruiti a mangiare verdure a foglie grandi e altre verdure – escludendo il cibo gozzigeno! – e solo parti magre di carne rossa e bianca. Sono stati esclusi dalla dieta anche i seguenti prodotti: uova , legumi , latticini , pane , pasta , frutta e riso. .
  2. I rimanenti 72 pazienti (gruppo di controllo) hanno seguito una dieta ipocalorica senza restrizioni per quanto riguarda i tipi di alimenti da consumare.

Dopo 3 settimane sono stati eseguiti test di bioimpedenza, misurazioni del peso corporeo e analisi del sangue (anti-tpo, anti-microsomiale, anti-tg, ormoni tiroidei).

I risultati dello studio

I pazienti del gruppo di controllo che seguivano la dieta ipocalorica hanno mostrato un aumento significativo dei livelli di tutti e tre gli auto-anticorpi: anti-tg ab (+9 %), anti-microsomiale ab (+ 30%) e anti-tpo (+ 16%).

Al contrario, i pazienti che hanno seguito una dieta specifica priva di carboidrati , latticini , uova e verdure gozzigeni, hanno mostrato tutti una significativa diminuzione dei livelli di anticorpi anti-tg (-40%), anti-microsomiale (-57%) e anti-tpo (-44%).
In sole tre settimane!

Se consideri che la maggioranza dei medici afferma che la Tiroidite é una malattia cronica senza ritorno né possibilità di cura, e ti impongono regimi di farmaci a vita, ridurre gli anticorpi anti-tiroide in sole tre settimane è una alternativa eccellente perché :

  1. fa regredire (come per magia) una malattia autoimmune cronica;
  2. ti toglie dalla schiavitù dei farmaci e dei nefasti effetti collaterali;
  3. ti fa dimagrire!

Infatti, nel gruppo sperimentale l’analisi della bioimpedenza ha mostrato una diminuzione non solo del peso corporeo e del BMI (indice di massa corporea) ma anche una riduzione della massa grassa e questo dopo appena tre settimane .

E cosa sarebbe successo se questa dieta fosse stata fatta per due mesi? Forse la tiroidite sarebbe guarita?

I colleghi napoletani hanno forse deciso di limitarne la durata per la paura infondata che hanno i pazienti degli effetti collaterali di una dieta con tante proteine.
I pazienti che ho seguito io personalmente, quelle paure le hanno superate da tempo, avendo esami del sangue e salute ottime.

Da anni ho smesso di credere alle chilocalorie. Sono un modo “rozzo” di calcolare quello che ti serve per vivere e non sono rispettose del sistema immunitario endocrino e del Microbiota. E troppo spesso – per non rinunciare alla droga preferita dagli italiani – viene sacrificato il grasso buono sull’altare degli zuccheri vuoti come i prodotti a base di farina bianca (o la finta farina integrale), i succhi di frutta e l’immancabile fruttosio (che oltre a farti il fegato grasso crea una sindrome da dipendenza).

Inoltre, il concetto di caloria, non prende in considerazione la qualità degli alimenti né le tue intolleranze, perché in questo caso non ha alcun senso diminuire le quantità.
Non è curioso che l’83% di questi pazienti risulta – al breath test – intollerante al lattosio? Proprio le intolleranze che dovrebbero far sospettare una Sibo, la Disbiosi del piccolo intestino?

A te, amica o amico di questa pagina di informazioni mediche gratuite, che è apertamente contro lo zucchero e le chilocalorie, ti dico che ho smesso di crederci 10 anni fa.
Ti invito a fare lo stesso. Smetti anche tu.

Continua a seguire la pagina, approfondisci gli argomenti, e condividi liberamente ogni singolo post che trovi interessante perché è di pubblico interesse. E perché la tua salute vale! .

Per chi vuole approfondire, ecco il link al lavoro originale:
“Effetti della terapia dietetica a basso contenuto di carboidrati in soggetti in sovrappeso con Tiroidite Autoimmune: possibile sinergismo con ChREBP”.
www.dovepress.com/effects-of-low-carbohydrate-diet-therapy-in-overweight-subject-with-au-peer-reviewed-fulltext-article-dddt

(se lo apri con chrome, te lo traduce automaticamente in italiano)

Perchè il latte fa male? Ecco le evidenze!

Una battaglia scientifica, nutrizionale e commerciale va avanti da anni per capire se il latte (DI VACCA) fa male o no e se sia o meno considerato fondamentale per la nostra dieta di ogni giorno. Da anni alcuni si sforzano di dimostrare la sua utilità, mentre altri scienziati DIMOSTRANO risultati opposti!

Solo per fare un’esempio, da anni una dieta ricca di latte e latticini viene consigliata per ridurre le fratture da osteoporosi (ossa “fragili”). Tre/quattro bicchieri di latte al giorno sono stati suggeriti per “risparmiare il 20% dei costi sanitari” legati all’osteoporosi. Il latte contiene 18 di 22 sostanze nutritive essenziali (calcio, fosforo e vitamina D) ma al di là del NUMERO O QUANTITA’, la domanda DA PORSI è: 

Ma queste sostanze … le assimilo o no?

Permettimi di fare un esempio. Chi prende pillole per il diabete o il gastroprotettore ha la certezza che avrà un’anemia, o bassi livelli di ferro (leggi i due POST1 e POST2). I medici prescrivono compresse o fiale di ferro quando le analisi del sangue indicano questa deficienza.  Ma nessuno si fa la domanda: questa sostanza (il ferro) il mio corpo la assimila? Oppure: tra fiale, compresse o cibo, qual’è la miglior fonte (quella meno dannosa) per assimilare il ferro?  

Il ferro viene assorbito NON per opera dello “spirito santo” ma per l’intervento di molti fattori. Per semplificare, sono la vitamina B12, il fattore di Castle (che dipende dalla corretta acidità dello stomaco), l’acido folico e i batteri intestinali, giocano un ruolo fondamentale (sia a favore, che contro l’assorbimento)

Basta la presenza del ferro NELLA PILLOLA-FIALA per venire assorbito? No!

Lo stesso per il calcio contenuto nel latte: siamo capace di assorbirlo o no? L’assorbimento intestinale del calcio è legato alla capacità di digerire il lattosio (lo zucchero presente del latte) trasformandolo in zuccheri più semplici, tra cui il D-galattosio. Ma … la maggior parte dei mammiferi perde la capacità di digerire lo zucchero del latte (lattosio) dopo lo svezzamento per una riduzione irreversibile dell’enzima intestinale lattasi; alcuni però continuano a esprimere lattasi durante tutta la vita adulta.

Questo avviene solo se si possiede NEL DNA la “mutazione nel gene della lattasi” (“la persistenza della lattasi”) variante genetica comune ad antenati del Nord Europa (MA NON IN QUELLI MERIDIONALI).

La persistenza della lattasi è frutto di una selezione naturale! 

Le analisi genetiche sottolineano che si tratta di un processo di selezione relativamente recente (7.000-6.500 a.C.). L’assenza del gene nei campioni analizzati indica che i primi agricoltori in Europa non erano ancora adattati al consumo di latte non trasformato. Quindi, se puoi digerire il lattosio, puoi assorbire il calcio.

Ma un’elevata assunzione di latte potrebbe avere effetti deleteri, poiché è la fonte principale del D-galattosio, zucchero prodotto anche attraverso meccanismi biochimici endogeni (il “Leloir pathway”) è un NUTRIENTE NON ESSENZIALE. (clicca qui se vuoi approfondire).

Evidenza sperimentali in diverse animali indicano che l’esposizione cronica a D-galattosio induce cambiamenti simili all’invecchiamento naturale 

Riduzione della durata della vita causata da stress ossidativo, neurodegenerazione, infiammazione cronica, diminuzione della risposta immunitaria eccetera. L’aumento dello stress ossidativo (insieme a l’invecchiamento e infiammazione cronica) non è solo un meccanismo patogenetico delle malattie cardiovascolari e del cancro ma anche strumento di perdita ossea e di sarcopenia (riduzione del muscolo). 

Per dare una misura, la dose giornaliera di D-galattosio iniettata nei topi che ha portato a questi danni, equivale, nell’uomo, a circa 1-2 bicchieri di latte al giornoL’elevata quantità di lattosio nel latte – e quindi di D-galattosio – “fanno delle raccomandazioni dell’assunzione di latte per la prevenzione delle fratture una contraddizione inconcepibile!” (Qui trovi il lavoro originale in inglese da cui è presa la citazione).

Questi risultati sono frutto di analisi della popolazione Svedese  e potrebbero non essere applicabili ad altri ceppi etnici origini etniche – come quelle con un’alta prevalenza di intolleranza al lattosio – o ai bambini e agli adolescenti.  

La domanda successiva è: hai antenati Nord Europei o sei invece discendente del ceppo africano?

Perché in questo caso, forse il tuo problema non è tanto il danno da d-galattosio, ma l’intolleranza al lattosio! 

Mi domando se il tuo medico curante, lo specialista o il tuo dietologo/nutrizionista credono o no alle allergie alimentari? Ti informano sui rischi dell’assunzione del latte vaccino? Hanno mai fatto una connessione tra latte e cefalee? Tra latticini e pancia gonfia? Ti informano e rivalutano mai la tua terapia sulla base sei sintomi o guardano solo agli esami del sangue e all’ecografia dell’addome senza trovare il perché ai tuoi problemi?

Fossi in te, la domanda me la farei. Scegli di affidarti a un professionista capace di ascoltare e preparato ad istruire; una consulenza è un investimento. 

Perché la tua salute vale!

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Il latte fa male?

C’è una connessione tra latte, sindrome del colon irritabile (IBS) e intolleranza ai carboidrati? Si! Più lavori scientifici gettano luce sulla connessione! Il latte fa male?

Le reazioni avverse al cibo (AFR o Adverse Food Reaction) sono un problema rilevante nella pratica clinica ma sono largamente sconosciute, sia dai medici che dai pazienti, e pertanto gestite peggio. Sono comuni nei paesi industrializzati dove, a seconda dei dati, colpiscono fino al 20% della popolazione.  Il tipo più comune di AFR è l’intolleranza ai carboidrati aumentate negli ultimi decenni per il crescente consumo di zuccheri. Solo negli Stati Unitiil consumo di zuccheri aggiunti è aumentato del 900%.

L’intolleranza ai carboidrati è ampiamente presente nei pazienti con sindrome del colon irritabile (IBS): infatti, fino all’80% dei pazienti con IBS hanno sintomi legati all’alimentazione (di cui 3/4 sono probabilmente correlati all’intolleranza ai carboidrati). Ma quali carboidrati? Parliamo di farina, pasta pane o pizza?

L’intolleranza ai carboidrati è causata dalla carenza o dalla mancanza di “enzimi” (o trasportatori) che si trovano nelle cellule che costituiscono la parete dell’intestino tenue. La mancanza di questi enzimi fa si che i carboidrati non vengono assorbiti; concentrandosi dentro il tubo digerente attirano liquidi causando “diarrea osmotica” e vengono fermentati dal microbiota intestinale, lo squilibrano e producono gas e gonfiore.

Questi eventi, presi tutti insieme, sono i responsabili di segni e sintomi clinici, quali:

– distensione dell’intestino tenue,

– dolore addominale,

– gonfiore e flatulenza,

– nausea,

– aumento della motilità intestinale e diarrea.

– Sintomi extra-intestinali (vertigini, disturbi della memoria, letargia e mal di testa) sono descritti nel 20% dei soggettie potrebbero essere il risultato di quei “metaboliti tossici” da fermentazione dei batteri cattivi che arrivano al cervello.

Due cervelli, ricordate? Si ammala uno, poi si ammala l’altro. Fra le più frequenti intolleranze ai carboidrati, c’è quella al lattosio. La “carenza congenita di lattasi” (rara malattia in cui l’enzima è assente), si manifesta con diarrea acquosa, meteorismo e malnutrizione a partire dai primi giorni dopo la nascita, con l’allattamento, e scompaiono quando i neonati passano a una dieta priva di lattosio. E’ la prima causa di dolore addominale nei lattanti. Ma la maggior parte sono carenze “secondarie” da danni intestinali (per proliferazione batterica dell’intestino tenue) da infezioni, celiachia, morbo di Crohn o enterite.

In circa il 70% della popolazione mondiale, l’attività dell’enzima che “digerisce” il lattosio diminuisce o scompare tra i due e i cinque anni; è la causa più frequente di carenza enzimatica. 

La percentuale di deficit varia tra i gruppi etnici: in Asia dall’80% al 100%, in Africa dal 70% al 95%, negli Stati Uniti e in Europa dal 15% al 70-80%. Diversi sono i fattori che portano a sintomi più o meno evidenti tra cui la distribuzione e la capacità di fermentazione della flora intestinale (microbiota), e fattori psicologici. 

MA NON E’ UNA MALATTIA PSICOSOMATICA! 

E curarla con i farmaci antidepressivi o ansiolitici non guarisce il problema! Un’altra comune intolleranza è quella al fruttosio. Il fruttosio, che sembra uno zucchero natuale, viene prodotto dal mais come sciroppo di glucosio-fruttosio ad alto contenuto di fruttosio (HFCS), e viene utilizzato nell’industria alimentare come dolcificante economico, insapore e facilmente disponibile.  Come direbbe Antonio de Curtis (in atto Totò): “è una fetenzìa!” Ed è la causa della steatosi epatica non alcolica (il fruttosio è 17 volte più dannoso del glucosio sul fegato).

Gli enzimi per tutti i carboidrati si trovano nelle cellule della parete dell’intestino, così se le cellule vengono “distrutte” da malattie infiammatorie (gastroenteriti) o dai batteri cattivi, ecco che questi enzimi scompaiono perché le cellule sono state distrutte! Il malassorbimento di lattosio e fruttosio può infatti essere collegato ai danni intestinali da diverse malattie (colite, IBS, celiachia). Ed ecco perché persone un tempo in salute, quando si ammala l’intestino, sentono nascere questi sintomi:

– difficoltà digestiva

– pancia gonfia e flatulenza

– gastrite e reflusso

– mal di testa, vertigini, cefalea

– asma, difficoltà respiratorie, tachicardia

Quindi, una delle prime cose da provare è togliere latte e latticini per una settimana. Fai la prova! La maggior parte dei mammiferi perde la capacità di digerire lo zucchero del latte (lattosio) dopo lo svezzamento, e nella popolazione Italiana di origini africane va sospettata intolleranza al lattosio (70 – 95% della popolazione).

Ma se anche il latte lo digerisci bene, resta comunque la principale fonte alimentare di D-galattosio, zucchero definito nutriente non essenziale, (clicca qui se vuoi approfondire) che induce cambiamenti simili all’invecchiamento naturale:

– riduzione della durata della vita causata da stress ossidativo,

– neurodegenerazione,

– infiammazione cronica,

– diminuzione della risposta immunitaria, eccetera.

L’aumento dello stress ossidativo è un meccanismo patogenetico delle malattie cardiovascolari (e del cancro) della perdita ossea e di sarcopenia (riduzione del muscolo). Come ho già scritto, l’intolleranza al lattosio presenta sintomi sovrapponibili alla celiachia e alla pseudo-celiachia.

Anche al colon irritabileche come abbiamo scritto è una diagnosi inventata a tavolino. Per poter fare diagnosi di colon irritabile, le linee guida nazionali prescrivono di fare il test per l’intolleranza al lattosio. In tutti i casi di colon irritabile è prescritta la dieta FODMAP per 30 giorni, in cui vengono tolti i latticini.

HAI BISOGNO DI ALTRE EVIDENZE???

Mi domando se il tuo medico curante, lo specialista o il tuo dietologo o il nutrizionista credono o meno alle allergie alimentari? Ti informano sui rischi dell’assunzione del latte vaccino? Hanno mai fatto una connessione tra latte e cefalee? Tra latticini e pancia gonfia? Ti informano e rivalutano mai la tua terapia sulla base dei sintomi o guardano solo agli esami del sangue e all’ecografia dell’addome senza trovare il perché ai tuoi problemi?
Fossi in te, la domanda me la farei.

In questo caso, scegli di affidarti a un professionista capace di ascoltare e preparato ad istruire; una consulenza è un investimento. Perché la tua salute vale!

 

P.S.: queste informazioni sono tutt’altro che sostitutive di una visita medica o specialistica: Ogni paziente è un esempio unico, e la terapia va realizzata come un abito sartoriale, su misura! Mai consiglierei ad un paziente di sospendere la sua terapia o di autoprescriversi una modificazione della terapia, se non dietro visita specialistica approfondita, e con tutto messo per iscritto da un medico o specialista.

Il latte fa bene?

Ma il latte fa bene o fa male? Stando alle parole di Ippocrate, il padre della medicina, il latte non andrebbe dato ai malati di un certo tipo. 

“Somministrare latte ai sofferenti di cefalea è male. È male anche somministrarlo ai febbricitanti e a coloro che hanno gli ipocondri gonfi e con borborigmi, e a coloro che hanno sete. Il latte è anche cattivo per i malati acuti febbricitanti che hanno le feci biliose, e per coloro le cui deiezioni sono molto sanguinolente. Conviene darlo invece nei casi di consunzione, quando non vi è febbre alta.”

Ma andiamo per gradi.

Il latte umano è un alimento completo che è perfetto per lo sviluppo del neonato umano. Il latte trasmette al bambino i nutrienti di cui ha bisogno ma anche proteine (immunoglobuline) che sono fondamentali per sostenere e sviluppare il sistema immunitario. Infatti, nel neonato, il sistema immunitario ci mette tra 6 e 24 mesi per svilupparsi completamente, giacché nasce “sterile”, cioè senza batteri (ne buoni ne cattivi). I batteri buoni e utili che “popolano” la pelle, l’intestino e tutti gli altri distretti del corpo vengono passati al bambino dalla madre in due momenti:

1) Al momento del parto vaginale dove i batteri vaginali della madre (flora di Doderlein) colonizzano una prima volta il neonato.

2) Attraverso il latte: anche da li passano batteri buoni, oltre che immunoglobuline che completano la competenza immunitaria che nel neonato è scarsa o assente.

In particolare, con le immunoglobuline la madre passa al neonato informazioni su quali sono i batteri buoni (che non vanno attaccati) e quali invece sono quelli “cattivi”, contro cui viene protetto. Così avviene la programmazione del sistema immunitario del neonato. Il latte contiene inoltre altre proteine, che funzionano nel neonato come ormoni o come fattori di crescita e stimolano l’omeostasi che nel neonato è fragile.

Nulla può sostituire il latte materno, perché è perfetto per noi e per il nostro rapporto con il mondo (epigenetica). Se consideri che ogni latte è specificatamente equilibrato per l’organismo che va a nutrire (tipi di zuccheri, qualità e quantità di proteine, ormoni e immunoglobluine), il latte di un (animale) erbivoro non va bene per un (animale) carnivoro e nemmeno per un (animale) frugivoro o onnivoro com’è l’uomo.

CONCLUSIONE

Il latte di vacca è perfetto e va benissimo per i vitellini, che sono erbivori e arrivano a pesare parecchi quintali.

Il latte di pecora è perfetto e va benissimo per i caprettini, che sono erbivori ma sono più piccoli e agili dei vitellini.

Il latte di madre è perfetto e va benissimo per i neonati umani. E per tuo figlio anche fino ai due anni.

Ma nessuno va bene per gli altri, nessuno va bene per esseri di altre specie. Non è di poca rilevanza andare a vedere quanti dati scientifici dimostra l’intolleranza umana al latte vaccino o che il latte sia uno dei cibi che provocano cefalee ricorrenti… o peggio, alimenta le allergie alimentari che sono la causa della pancia costantemente gonfia, di coliti e gastriti, di riniti e sinusiti.

E mi domando se il tuo medico curante, lo specialista o il tuo dietologo/nutrizionista credono o no alle allergie alimentari? Ti informano sui rischi dell’assunzione del latte vaccino? Hanno mai fatto una connessione tra latte e cefalee? Ti informano e rivalutano mai la tua terapia sulla base sei sintomi o guardano solo agli esami del sangue e all’ecografia dell’addome senza trovare il perché ai tuoi problemi???

Fossi in te, la domanda me la farei. In questo caso, scegli di affidarti a un professionista capace di ascoltare e preparato ad istruire; una consulenza è un investimento. Perché la tua salute vale!

Mangiato in fretta o troppo?

Mangiato in fretta o mangiato troppo? Questa la domanda amletica della pubblicità di una nota pillola digestiva che si presentava su Carosello negli anni ’70. Così, a volte, nonostante gli “sforzi”, proprio non ce la fai a trattenerti a tavola, sopratutto la sera. Hai notato che la bilancia, dopo l’ennesima abbuffata, segna un chilo in più rispetto al “normale”? E hai notato che lo specchio riflette un’immagine appesantita, la pelle è opaca o scura o con delle macchie, che in bocca hai un sapore amaro e che la pancia è ancora gonfia l’indomani mattina? Anzi, è sempre gonfia ma non è che si tratta di una gravidanza? No, non lo hai notato?

Forse non ti pesi più, non ti guardi più, e non lo noti più, perchè “la persona più facile da ingannare la vedi riflessa nello specchio”. Vivendo stressati in un mondo “iperconnesso”, stiamo perdendo d’occhio l’importanza della salute. Smartphone, facebook e google ci coinvolgono così tanto che ci lasciamo rincoglionire dalle pubblicità delle “pilloline” miracolose, o dai consigli terapeutici e farmacologici dei nostri amici più cari.

I nostri amici più cari ci consigliano bene: così, dietro suggerimento, usiamo i gastroprotettori per non vedere che l’acido che sale in gola è il sintomo di abbuffata. Chi sono questi “amici”? I medici, gli specialisti? Eh no! Sono il vicino di casa, il parrucchiere, la cassiera del supermercato, la nuora, eccetera, quelli che, su base culturale, ti dicono “la panza è tutta salute”, o peggio: “uomo di panza uomo di sostanza”. Adesso, mio caro lettore o cara lettrice, consigli alimentari e farmacologici da persone che hanno una panza che sta esplodendo, fossi in te non li accetterei. Perchè?

Perchè i gastroprotettori modificano l’acidità dello stomaco, aumentano le infezioni intestinali e quelle polmonari e a lungo andare ti fanno sentire stanco/a per la mancanza di vitamine del gruppo B e di ferro (anemia compresa). E quando ti senti stanco/a, incontri un “amico” che ci vede i sintomi dell’influenza (magari ad agosto!) e ti consiglia il famoso “antibiotico più venduto in Italia”, ma tanto cosa vuoi che faccia? E’ solo una penicillina ad ampio spettro! Ammazza quei pochi batteri ancora sani che hai in corpo, nell’intestino, e lascia spazio a quelli cattivi e antibiotico-resistenti.

Così, quando hai la diarrea, come fai a distinguere  una “gastroenterite da abbuffata” (perchè lo stomaco e l’intestino dicono BASTA!), da cibo conservato male o cucinato maledagli effetti degli antibiotici nella carne/pollo, da una vera infezione?

E’ da li che vengono fuori le allergie alimentari, la pancia gonfia, la difficoltà a digerire e fatalmente il problema della “gastrite” peggiora. Allora aumenti i farmaci che prendi, sempre consigliati dagli amici. E siccome sei “iperconnesso” e magari ti senti “furbo”, ci aggiungi anche gli integratori perchè non sono farmaci. E ti ritrovi a prendere una dozzina di pillole al giorno senza sapere che effetti farmacologici hanno tutte insieme.

E’ un circolo vizioso! E come gli struzzi, mettiamo la testa sotto la sabbia per la paura, ma il culo resta a disposizione di chiunque passi. Ti ci sei riconosciuto in questa descrizione?  O ci hai visto qualcuno che conosci, vero?

Chi cade in questo tipo di errore, ripete sempre gli stessi atteggiamenti perché convinti di essere sulla strada giusta, siamo sicuri che prima o poi riusciremo nell’intento. Quale intento? L’intento di mangiare immondizia senza ingrassare e senza avere problemi; l’intento di prendere gratis tutte le pilloline del mondo convinti che siano acqua fresca e non ci facciano malissimo. Ma è ovviamente una convizione, non è nè vero nè reale. E chi non lo comprende non può lamentarsi di pagarne le conseguenze (sulla salute.)

Insistere in questo atteggiamento ha come unico risultato quello di renderci più sfiduciati rispetto alle capacità di gestire il problema. In questo modo ognuno di noi costruisce da solo la propria prigione mentale e comportamentale, ed ecco che siamo sempre più attenti a Smartphone, facebook e google e ai consigli terapeutici e farmacologici dei nostri amici più cari.

Fossi in te una ri-flessione la farei. Perché la tua salute vale!

 

P.S.: queste informazioni sono tutt’altro che sostitutive di una visita medica o specialistica: Ogni paziente è un esempio unico, e la terapia va realizzata come un abito sartoriale, su misura! Mai consiglierei ad un paziente di sospendere la sua terapia o di autoprescriversi una modificazione della terapia, se non dietro visita specialistica approfondita, e con tutto messo per iscritto da un medico o specialista.

Mal di testa? Nasce e si combatte a tavola!

Milioni di persone nel mondo soffrono di cefalea; per molti la causa è sconosciuta, ma il dolore può essere debilitante.  Troppo spesso ci si rifà ai farmaci, i temibili FANS (antinfiammatori in testa!) ma conoscendo alcune delle cause – in particolare i fattori scatenanti a tavola – si può combattere la cefalea anche a tavola!! 

La conferma? Arriva dalla più ampia analisi mai pubblicata su Headache: the Journal of Head and Face Pain: analizzati più di 180 ricerche sulla correlazione fra dieta e cefalea, per capire che cosa ci sia di vero nelle affermazioni secondo cui alcuni alimenti sono causa di cefalea. Vediamo le evidenza scientifiche emerse.

Il caffè

L’astinenza da caffeina è uno dei fattori che più spesso scatena il mal di testa: «Poniamo di essere abituati a prendere due o tre caffè ogni mattina. Se un giorno decidiamo di evitarli, è assai probabile ritrovarci alle prese con una forte cefalea entro poche ore».

Tuttavia, troppo caffè è dannoso, non solo perché favorisce il mal di testa ma anche perché facilita la comparsa di ansia: l’ideale, per chi tende a soffrire di cefalee, è non superare le tre tazzine al giorno.

L’alcool

Si tratta forse dell’elemento che più spesso induce il mal di testa, perfino in chi non soffre di cefalee ed è quindi più a rischio di attacchi. Vodka e vini rossi con un alto contenuto di istamina, stando ai dati raccolti, sarebbero gli alcolici più “pericolosi”.

Glutammato monosodico (dado e cucina cinese)

Diffusissimo esaltatore di sapidità, è presente in molti alimenti pre-confezionati ed è un ingrediente tipico della cucina cinese.  «Per eliminare il glutammato bisogna ridurre il consumo dei cibi industriali e preferire frutta, verdura e prodotti freschi non confezionati».
«Di glutammato sono ricchi snack, condimenti, salse, cibi conservati e soprattutto i dadi da brodo e le zuppe: proprio quando è assunto con alimenti liquidi, fra l’altro, questo composto diventa particolarmente efficace nel provocare il mal di testa».

Nitriti (insaccati e carne)

Sono conservanti per mantenere inalterati colore e sapore soprattutto di carni e salumi. Almeno il 5 per cento dei pazienti con cefalee hanno un attacco nei giorni in cui mangiano cibi che contengono nitriti. Ridurne il consumo è opportuno per diminuire il rischio di crisi.

Glutine (ma solo in chi è celiaco)

Sul glutine come elemento scatenante del mal di testa si è molto discusso, ma i dati  sono chiari: il glutine provoca la comparsa dei sintomi in chi è celiaco. In tutti gli altri casi non serve eliminarlo dalla dieta per non avere attacchi di cefalea.

Qualità dei grassi nella dieta

Ridurre l’introito di acidi grassi omega-6 e aumentare l’apporto di omega-3 diminuisce i sintomi. «E’ bene diminuire il consumo di oli vegetali come quello di mais, girasole o soia e scegliere per esempio l’olio di semi di lino; da limitare noccioline e anacardi mentre bisogna invece puntare su salmone e altri pesci ricchi di omega-3 come il merluzzo. In più, ridurre i grassi saturi riduce il numero e la frequenza di attacchi di mal di testa, aiuta a dimagrire e a diminuire il rischio cardiovascolare: altri buoni motivi per valutarla assieme al medico».

Se hai problemi di emicrania o cefalea frequenti, ne hai parlato con il tuo medico? Il tuo medico curante o lo specialista ti propongono solamente antiinfiammatori? E rivalutano mai la persistenza dei sintomi o la tua terapia? E sai che a lungo andare gli antiinfiammatori fanno dei danni considerevoli? No? Non lo sai? Male, molto male.

Affidati a un professionista capace di ascoltare e preparato ad istruire, ha un valore incalcolabile. Perché la tua salute vale!

Il cacao contiene sostanze gradite al batteri buoni dell’intestino

E contrasta anche l’infiammazione sistemica e i Trigliceridi del sangue.

I Flavanoli (o Flavonoidi) sono sostante considerate anti-ossidanti. Si trovano in molti dei cibi che amiamo (vino rosso, te, caffè, cacao).
L’assorbimento dei Flavanoli del cacao nell’intestino tenue è limitato così la maggior parte raggiunge il colon (grande intestino) dove possono essere metabolizzati dal Microbiota residente (i batteri “buoni”).

Uno studio del 2011 ha valutato il potenziale Orebiotico dei Flavanoli di cacao. I Prebiotici rappresentano il “mangime” dei batteri; serve per stimolare la loro crescita e i batteri buoni ne vanno letteralmente ghiotti.

In uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato (cioè, inattaccabile secondo la scienza moderna) è stato valutato l’effetto del consumo giornaliero di una bevanda a base di cacao per 4 settimane.
I risultati? Questa bevanda ha aumentato significativamente le popolazioni di Bifidobatteri, e Lattobacilli e al contempo diminuito significativamente la quantità di Clostridi (batteri cattivissimi che si beccano quelli che assumono gastroprotettori da anni).
Cioè, sono aumentati i batteri buoni e sono diminuiti i batteri cattivi.

Questi cambiamenti del Microbiota sono anche stati accompagnati da significative riduzioni dei Trigliceridi e dalla riduzione della proteina C-Reattiva (PCR), un indicatore epatico dell’infiammazione sistemica e generalizzata. Ed un indicatore per il rischio di infarti.

Inoltre, è stato misurato che i cambiamenti nella proteina C-Reattiva (PCR), erano legati ai cambiamenti dei Lattobacilli: aumentando questi, diminuiva la PCR.
Questo vecchio studio del 2011 mostra, per la prima volta, che il consumo di Flavanoli di cacao può influenzare in modo significativo il crescita della microflora intestinale umana e suggerisce il potenziale beneficio Prebiotico associato all’inclusione alimentare di cibi ricchi di Flavanoli. E che i Lattobacilli riducono il rischio cardiologico.

Ma Il cacao e il cioccolato sono due cose diverse.

FONTE:

Valutazione prebiotica di flavanoli derivati ​​dal cacao in esseri umani sani utilizzando uno studio di intervento randomizzato, controllato, in doppio cieco, crossover

Lo studio è vecchio, ma per la fortuna degli amanti del “cacao vero”, non è l’unico.

Presto pubblicherò altri studi.

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